Daratt

Il governo ha amnistiato i criminali di guerra. Atim, un ragazzo di sedici anni, riceve dalla mani del nonno una pistola, per andare ad uccidere l’uomo che ha ucciso suo padre. Atim lascia il villaggio in cui vive per recarsi a N’djamena, alla ricerca di un uomo che non conosce. Lo trova subito: ex-criminale di guerra, Nassara è oggi un uomo per bene, sposato, e proprietario di un panificio. Atim accosta Nassara, gli fa credere di cercare lavoro e si fa assumere da lui come "Darattapprendista, con la ferma intenzione di ucciderlo… Incuriosito dall’atteggiamento di Atim nei suoi confronti, Nassara lo prende sotto la sua protezione, e gli insegna l’arte e il modo di fare il pane. Con il trascorrere del tempo, tra i due si intreccia uno strano rapporto. Nonostante la ripugnanza che prova, Atim sembra trovare in Nassara la figura paterna che gli è sempre mancata; dal canto suo, Nassara intravede nell’adolescente un possibile figlio. Un giorno, gli propone di adottarlo. Presentato in concorso qui alla 63 Mostra del cinema di Venezia, è un film sulla redenzione ed il perdono. Così come arido è il paesaggio, così è difficile dare con la giusta forma il proprio affetto, quasi che l’uno condizioni imprescindibilmente l’altro ("Daratt" significa "Stagione secca"). Dice il regista Haroun: “Tutti i film partono dalla memoria di chi li scrive. C’è sempre qualcosa di biografico. Io ho visto la guerra civile ed è impossibile che qualcosa non mi sia rimasto. Impossibile. Ed il film vuole proprio dire questo. Finché ci sarà la memoria degli orrori, finche la gente continuerà a rivendicare vendetta per episodi accaduti tanti anni prima, la guerra civile sarà sempre dietro l’angolo”. Il rapporto dei due personaggi principali passa attraverso l’intensità dei loro rapporti fisici, il modo in cui s’incrociano, in cui si sfiorano, si fiutano. Pur nell’evolversi del complesso e contraddittorio rapporto con Nassara, Atim non recede dal suo proposito, ma arrivato a un passo dall’attuarlo lo mette definitivamente in discussione, aprendo il film alla speranza, e precisandolo come un piccolo ma intenso strumento di resistenza alla spirale di violenza che, una volta avviata, sembra non possa più fermarsi.