Il grande match

In questo film, l’immagine di un calcio felicemente globalizzato. Ma è il calcio dei poveri, degli umili, degli oppressi, di coloro che stentano ad avere un televisore decente e che devono improvvisarsi antenne e luoghi dove poterle far funzionare. Luoghi e paesaggi che sono, insieme alle tre piccole comunità, i veri "Ilprotagonisti di questa, a volte esilarante, ironica commedia umana sul pallone. Il modo di rapportarsi alla natura e alla terra è lo stesso con cui ci si rapporta al calcio: antico, ma vero e sano. Tre storie parallele, narrate magistralmente con il montaggio alternato: una comunità di nomadi della Mongolia, alcuni tuareg del Sahara e un gruppo di indios dell’Amazzonia. Espedienti a non finire, che uniscono queste genti così lontane in un’unica passione (derisa ai margini dalle donne), ma che alla fine, appunto perché così “ingenua” finirà per riavvicinarli tra di loro. Il regista documentarista Gerardo Olivares si trovava in Mongolia nel 2001 per fare dei sopralluoghi, quando vide una carovana di nomadi mongoli trasportare un televisore, li seguì e scoprì l’esistenza dell’albero di ferro: nacque così l’idea del film, che è stato girato nelle tre rispettive lingue, con attori non protagonisti che interpretano la loro stessa vita. Il film potrebbe esistere anche senza dialoghi, per il notevole livello formale, e la stupenda fotografia curata dallo stesso Olivares. Assolutamente da vedere per noi che, anche se non abbiamo difficoltà a trovare un televisore, abbiamo un calcio che è puro business, nonché valvola di sfogo per repressi e violenti. Da vedere perché ci fa sorridere e riflettere, perché è raro viaggiare da un capo all’altro del mondo con bellezza (di immagini) e intelligenza (di contenuti).