Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società

“L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose "Susanle immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa…”.

Susan Sontag è una scrittrice americana, nata a New York nel 1933 in una famiglia di ebrei-americani e morta, per leucemia, a Parigi nel 2004, un’intellettuale antiaccademica spesso in guerra contro l’intellettualismo della critica. Nei suoi scritti la Sontag si inserisce nel discorso degli anni della rivoluzione sessuale e si può interpretare come un tentativo di appropriazione di quegli ideali per trasformarli in teoria estetica.

Il testo, scritto nel 1977, è molto attuale e un cardine per la comprensione ragionata della fotografia, i suoi effetti sulla società e lo spazio importante che si è ricavata nei decenni, oltre a fornire molti strumenti a chi si vuole avvicinare alla"Sulla fotografia con intelligenza e consapevolezza. Ha il grande merito di fare chiarezza, usando un linguaggio pulito, immediato e accessibile a tutti. Rilevanti le parti che trattano del reportage, del foto-giornalismo, con i riferimenti alle guerre che hanno segnato la generazione della scrittrice, da quella in Vietnam alle prime immagini che si diffondevano dello sterminio nazista. In questo lavoro, illuminanti sono i riferimenti alle opere di Diane Arbus, ai maestri della storia della fotografia americana come Walker Evans e Robert Frank.  Il libro affronta approfonditamente il problema dell’ambiguità della fotografia come strumento di conoscenza, ovvero del potere che ha la nuova arte di intrappolare una quantità sempre maggiore di informazioni, oggetti, persone e luoghi del mondo. "Insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare. Sono una grammatica e, cosa ancor più importante, un’etica della visione."

Fondamentale il discorso sull’etica del fotografo, secondo Susan Sontag il fotografo vive una condizione simile a quella del turista che s’immerge in una realtà, anche dolorosa, con la consapevolezza di poterne uscire in qualsiasi momento, perché c’è un confine rassicurante che si può sempre attraversare tra "l’io" che osserva e "loro" che soffrono, una condizione di privilegio esistenziale. Tra le innumerevoli sue acute osservazioni: “Lo sviluppo della fotografia s’accompagna a quello di una delle più tipiche attività moderne, il turismo. Per la prima volta nella storia, grandi masse di persone abbandonano regolarmente, per brevi periodi, il loro ambiente abituale. Sembrerebbe loro innaturale partire per un viaggio di piacere senza portarsi una macchina fotografica. Le fotografie dimostreranno in modo indiscutibile che il viaggio è stato fatto, che il programma è stato attuato, che il divertimento è stato raggiunto. Far fotografie, che è un modo di attestare un’esperienza, è anche un modo di rifiutarla, riducendola ad una ricerca del fotogenico, trasformandola in un’immagine, in un souvenir. Viaggiare diventa così una strategia per accumulare fotografie. L’attività stessa del fotografare è calmante e placa quella sensazione generale di disorientamento che i viaggi rischiano di da scerbare. Quasi tutti i turisti si sentono costretti a mettere la macchina fotografica tra se stessi e tutto ciò che di notevole incontrano. Malsicuri delle altre reazioni, fanno una fotografia”. Nella parte finale, una breve antologia di citazioni.